Il 30 giugno del 2009 muore Pina Bausch. Coreografa e regista teatrale di fama mondiale, col suo Wuppertal Tanz Theater ha scritto la storia della danza e del teatro nel secondo Novecento. A un anno dalla morte, la rassegna Prospettiva Danza Teatro 2010 di Padova l’ha ricordata con diverse iniziative. Tra queste la mostra fotografica di Francesco Carbone, 70 scatti che resteranno esposti fino al 30 maggio al Centro Culturale Altinate/S. Gaetano, curata da Lucrezia Zazzera con la collaborazione di Marcello Muciaccia.

Francesco ha seguito Pina Bausch e la sua compagnia, unico fotografo italiano, dal 1982 fino ai suoi ultimi giorni. Una scelta di vita, oltre che professionale. Romano, nato nel 1945, lo incontriamo in uno storico bar di piazza della Madonna dei Monti a Roma – “la mia seconda casa”, ci dice – per farci raccontare la storia di quell’incontro e di quella scelta, del suo percorso con “la signora”, come rispettosamente e con commozione ancora oggi chiama la coreografa.

Da bambino mio padre mi mise una macchina fotografica al collo e mi fotografò. Mi piace pensare che la mia passione, che in realtà è emersa molto più tardi, sia nata lì”, ricorda Francesco, che dall’età di sei mesi per una malattia non ha la completa funzionalità del braccio destro: “Ma non è mai stato un limite, anzi. Mi ha dato la forza di sperimentare nuove prospettive e nuove inquadrature. Dato che le macchine fotografiche hanno il tasto per lo scatto a destra, io riuscivo ad arrivare con il medio della mano sinistra per poter fare un verticale.” La passione vera comincia a 16 anni: ”Mi affascinavano i dettagli, le gambe, i piedi, le mani, i vecchi, gli atteggiamenti. E amavo Bresson”. Poi l’incontro col fotografo di moda Giancarlo Martelli, che gli insegnò i rudimenti del mestiere, ma che ben presto gli disse che doveva andarsene, che col suo occhio era bravo a fare altro.

Nel 1973 Francesco decide definitivamente che quella è la sua strada. Viene da una famiglia che amava l’opera (“Mio nonno andava ogni domentica a comprare dischi a Porta Portese e aveva una macchina, un cassettone con le cuffie, che secondo lui toglieva il fruscio. Ma non era vero”) e quindi, mentre di giorno fotografa le manifestazioni politiche, la notte appartiene al teatro. “La foto del teatroè il sogno, il sogno della luna, dell’intimo, dell’amore che non si vuol far vedere di giorno ma si fa di notte, e si deve fare in palcoscenico”. Fino al 1980 Francesco frequenta i piccoli teatri romani dell’epoca, dal Vascello all’Intrastevere: Carmelo Bene, Dacia Maraini, Manuela Kustermann, Giancarlo Nanni, Lavia e la Guerritore “coi loro incontri e i loro baci”, sono alcuni dei suoi ricordi. Ma anche la manifestazione con Berlinguer a Circo Massimo, “un grande popolo di donne e uomini con facce belle, e lui con questo stile austero, ma con tanta leggerezza piena di significato”. Sono anni formidabili. Francesco vende le sue foto a quotidiani e settimanali e per un periodo diventa anche fotografo di scena al cinema per la De Laurentis. Dall’Odissea per la tv, con Gassman, al “Diabolik” di Bava passando per “Barbarella” di Vadim con Jane Fonda: “Tanto simpatica e provocatrice fuori dal set quanto freddo era il personaggio che doveva interpretare”.

Poi un giorno il suo amico Aldo Papa gli dice: ”Chiama questa compagnia in Germania, vedrai che è la strada adatta a te”. Era la compagnia di teatro danza di Pina Bausch. “Chiamai e dopo una settimana, un piovoso settembre del 1982, partii in treno. Era il mio primo viaggio da professionista, come un esame di laurea”.

“Questa è assolutamente lei. Perché aveva delle mani lunghissime e quel movimento per portare la sigaretta alle labbra era un suo marchio di fabbrica, vestita sempre di nero, sennò ci si sporca, diceva”.

L’appuntamento è a Wuppertal, al teatro, “nella stanza che chiamavano la cantina. Arrivo la sera e il mattino dopo viene a prendermi un’assistente, una danzatrice, della signora Bausch, con una Renault di color amaranto che mi spara subito 10 domande: da dove vieni, chi sei, quante compagnie hai fotografato, perché sei qui. Rispondo in modo vago, voglio parlare con la signora direttamente. Entro e ricordo che c’era un tavolo di legno con tre persone: Pina Bausch con canottiera celeste, pantalone carta da zucchero e scarponi da montagna, il manager e la costumista. Pochi secondi e capisco che lì non si parla di fotografia, ma della vita. E allora ho cominciato a parlare dei mie difetti, che sono tanti, della mia situazione, di dove ho studiato e lavorato. Così quando dico che ho studiato cinematografia e fotografia in Polonia, la signora alza il collo come un fenicottero e apre gli occhi, lei che era esule ebrea di famiglia polacca: questa cosa le fece scattare. Non diedi importanza al gesto, ma poi ne capii l’importanza”. Il manager disse una cosa sola: “Non faccia il fotografo italiano”. L’italiano, ci spiega Francesco, “per sua natura deve prendere, rubare: meglio che spari cento foto, così ha fatto il servizio e se ne va. Lì invece il discorso era: meglio stare in un angolo e attendere il momento. E io aspettavo, lei mi guardava e io non fotografavo, quando poi capivo che dava un certo tipo di consenso mi spostavo e facevo due o tre foto per tornare subito al mio posto”.

“Il silenzio imprigionato, la voglia di scappare ma ormai sei presa, perché in fondo è come dire ‘ormai sono innamorato’”

Il lungo rapporto di Carbone con Pina Bausch comincia quel giorno, unico italiano tra i 12 fotografi ammessi alla “corte” della coreografa, che insieme a Ulli Weiss, storica fotografa della compagnia dal 1973, sceglieva personalmente gli scatti: “Faceva le aste – ricorda Francesco – come i bambini a scuola. Una era il minimo, quattro il massimo. Le foto che non le piacevano io le buttavo, non le conservavo come facevano altri”. Da allora quasi 30 anni di ricordi. Da quella volta a Roma, nel 1986, quando presta il suo studio al figlio di 4 anni della Bausch e alla sua badante, che la sera dello spettacolo, rimasta sola in hotel, gli chiede se vuole cenare con lei. “Io tremavo, tanto che non riuscii nemmeno a suggerire un ristorante. Mi portò lei in un’osteria dietro la Camera, dove prese spaghetti con le vongole e Chianti rosso, che adorava. E a fine cena mi chiese di partire per la Turchia con loro”. Francesco, anche ai tempi in cui andava per teatri a Roma, non ha mai voluto legarsi troppo agli artisti (“volevo avere uno sguardo puro, non contaminato”), ma lì fece la sua scelta, che lo portò in giro per il mondo con il Wuppertal Tanz Theater.

Le prove. “Era di una precisione millimetrica, i movimenti dovevano essere perfetti, sempre col sorriso anche dopo 14 ore di lavoro, si vedeva a pelle che sapeva fare meglio di tutti, ma non lo faceva pesare, dava un percorso e poi guardava: il collo s’allungava e la sigaretta, che aveva sempre, sembrava s’allungasse pure lei. Trasmetteva a tutti la sua energia, era incredibile a vedersi, e quando alla fine ballava e si lasciava andare era più rilassata dei suoi danzatori”.

“Qui era dove si facevano le improvvisazioni e le prove. Si erano fermati tutti, la musica non andava bene e non le piaceva il modo in cui il ballerino in primo piano abbracciava la ragazza giapponese. Fece ripetere tutta la musica dall’inizio, per un singolo abbraccio, tutto doveva susseguirsi in armonia”.

Gioie e dolori. “La delusione più grande la ebbi quando le portai in regalo due stampe di un metro per un metro dei danzatori protagonisti dello spettacolo “Ifigenia in Tauride”. Ero convinto di aver fatto del mio meglio, ma mi disse: ‘Sono foto molto brutte’. Le abbandonai lì. Il ricordo più bello, invece, fu la mostra a Napoli del 2002. Venne tutta la compagnia e si sdraiarono per terra a fare i morti, così, come provocazione. Lei aveva scarpe da ginnastica rosse tutta vestita di nero, e mi chiese: ‘Ti piace la mostra?’. ‘Non troppo’, risposi, stando al gioco”.

Tanti i ricordi che illuminano i suoi occhi, ma per Francesco parlano le sue fotografie (nella nostra galleria fotografica alcuni scatti scelti dalla sua collezione privata che gentilmente ci ha concesso). L’ultimo ricordo è quello dell’ultimo incontro. “La vidi l’ultima volta il 12 giugno del 2009 a Wuppertal. Era la prima dello spettacolo ‘Como el musguito en la piedra, ay sì, sì, sì…’ dedicato al Cile. Era seduta fuori del teatro mentre fumava, attorniata dai suoi collaboratori che sembrava le dicessero ‘ma cosa sta succedendo?’. Mi salutò dicendomi: ‘Ci vediamo a Spoleto’, dove la compagnia avrebbe dovuto esibirsi il 7 luglio. Ho saputo che non l’avrei mai più rivista proprio qui, in questa piazzetta”.