Lo conoscono tutti come “il fotografo di Pina Bausch” perché dei suoi quarant’anni di professione più di trenta li ha dedicati alla protagonista del Tanztheater fotografando la sua compagnia in tutto il mondo, unico italiano tra i fotografi accolti a Wuppertal. Francesco Carbone ci racconta la sua vita straordinaria e gli incontri che ne hanno cambiato il corso, primo fra tutti quello con Pina nel 1982. E poi, i ricordi del Tanztheater Wuppertal, le mostre in tutto il mondo, i nuovi scatti per Wim Vandekeybus, l’incontro con Balletto Civile e decine di progetti per il futuro. Un “autore di ricordi”, ecco la sua storia. La fotografia ha il potere di fermare il tempo. Cattura attimi irripetibili e li trasforma in ricordi. Dall’incontro con la danza nasce una poetica unione di immobilità e movimento, effimero ed eterno. Il racconto di questo incontro è la storia dei custodi di bellezza che hanno dedicato vita e pensiero alla fotografia della danza. Tra loro, Francesco Carbone, romano, settant’anni di storia, migliaia di fotografie, decine di progetti per il futuro. Francesco ha occhi gentili, già pieni di ricordi eppure smaniosi di nuovi scatti ad un mondo che ha imparato a conoscere attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica. Nella sua casa romana, sono le mille immagini e locandine lungo le pareti a parlare per lui. Pina Bausch e i fotogrammi colorati dei suoi capolavori sono ovunque, dietro ogni angolo di una vita di dedizione, affetto e gratitudine. C’è il palcoscenico dei garofani di Nelken, c’è l’enorme locandina di Viktor al Teatro Argentina del 1986 e poi, distrattamente posato su un ripiano della libreria,  c’è il primo piano in bianco e nero della coreografa tedesca, un ritratto d’amore intenso e silenzioso. Pina è nella casa e nel cuore di Francesco, delicata e immobile in quella stampa in libreria, familiare e quotidiana come la foto di un parente in attesa di cornice. Per sempre lì, vicina, a portata di mano. Mentre parla delle sue svolte di vita, dalle prime esperienze con la fotografia all’incontro con la protagonista del teatrodanza tedesco, il suo sguardo entusiasta riordina i fotogrammi di una storia straordinaria e regala immagini di un cammino unico e appassionante. Parliamo degli inizi del suo percorso professionale. Quando ha capito di voler diventare un fotografo? L’ho scoperto molto presto, anzi forse l’ho sempre saputo, perché ogni cosa che osservavo la visualizzavo attraverso un obiettivo. Il mio sguardo selezionava la prospettiva e mi chiedevo da subito se utilizzare un grandangolare o altro perché avevo già in mente il risultato. La cosa importante, quando si sceglie di fotografare, è essere autori perché di fotografi bravi ce ne sono tantissimi; l’autore inventa, guarda oltre, al di là della persona che ha davanti e che deve fotografare. Io desidero comprendere chi è la persona, voglio amare la sua pelle per poter scoprire la sua parte più sensuale, interessante e intelligente. Non attendo o cerco che il soggetto stia bene in una posizione, ma che il suo mondo lo faccia stare bene. Lo trascino, poco per volta, nella posizione che lo rappresenta e nello stesso tempo voglio che mi ci porti. Faccio un lavoro quasi di tipo psicologico. La sua vita è segnata da viaggi e svolte improvvise, per scelta o per incontri del destino. Negli anni Settanta, giovanissimo, è partito per la Polonia per studiare cinema e fotografia. Al suo rientro a Roma, ha lavorato con la casa di produzione cinematografica De Laurentiis dove ha avuto modo di fotografare le stelle dell’epoca e dove forse ha cominciato a desiderare di fotografare un’arte in movimento, più realistica e più vicina a quel teatrodanza che poi, tra caso e scelta, ha segnato il suo percorso professionale e umano. Come è arrivato a Wuppertal, nella città del Tanztheater? Sono partito per la Polonia negli anni del comunismo, un viaggio verso un mondo che pensavo fosse totalmente diverso dal mio. A Roma lavoravo all’epoca per un’agenzia che vendeva film polacchi alla tv italiana, ma non ero soddisfatto e decisi di cambiare cielo e parole, e soprattutto di andare a scoprire il cinema di quel paese lontano. Vi rimasi per due anni e forse sarei rimasto ancora se gli affetti non mi avessero ricondotto a Roma. Al rientro mi presentai sul set delle produzioni De Laurentiis e mostrai un po’ del mio materiale. Mi dissero che, se lo desideravo, potevo restare con la troupe e fotografare ciò che mi colpiva. Mi divertivo, a volte, a fare scatti fuori scena perché era lì che coglievo la naturalezza delle attrici, la loro vera sensualità e bellezza (erano gli anni di Jane Fonda!). Poi un giorno, un caro amico, che probabilmente mi conosceva meglio di quanto pensassi, mi lasciò un numero di telefono tedesco e mi disse di chiamare una compagnia di teatro di Wuppertal. Lo feci subito, d’istinto, senza nemmeno sapere esattamente cosa stesse accadendo in quegli anni nella cittadina tedesca. Al manager che rispose al telefono mi proposi come fotografo della compagnia in vista della tournée in Italia (era prevista per il 1986 al Teatro Argentina la rappresentazione del pezzo di Pina Bausch Viktor, ndr). Mi dissero di attendere una risposta entro una settimana. Puntuali, mi richiamarono e mi dissero di andare per farmi conoscere e per guardare da vicino il lavoro di Bausch. Dopo pochi giorni ero già in partenza per Wuppertal! Era il 1982. Com’è stato l’incontro con Pina Bausch? La incontrai il mattino successivo al mio arrivo a Wuppertal, una città di fabbriche e lavoro, piena di fumo e camini, in cui si respirava puntualità e precisione. Prima conobbi una simpatica danzatrice della compagnia, Malou Airaudo, che mi accompagnò alla Opernhaus con la sua macchina color amaranto facendomi un mezzo interrogatorio sulle mie esperienze lavorative. Solo più tardi incontrai Pina Bausch, bevemmo un caffè insieme seduti l’uno di fronte all’altra; ricordo bene i suoi occhi grandi, verdi, scrutatori, intelligenti. Mi chiese delle mie intenzioni e dei miei progetti, e mi resi conto, dopo un po’, che non stavamo parlando di fotografia, ma di vita. Questo mi fece sentire a mio agio. Notai un cambiamento nel suo sguardo e un’intima vicinanza quando le raccontai del mio viaggio in Polonia perché, scoprii in seguito, lei stessa aveva origini polacche. Forse fu quello il momento decisivo che ci legò. Mi chiese “sei qui per restare?”. Risposi che se avessi trovato quello che amavo, sarei rimasto. E lei rimase. Iniziò la sua esperienza di vita e lavoro con il Tanztheater Wuppertal che seguì per circa trent’anni in sede e in tournée in tutto il mondo. Unico italiano tra i dodici guidati da Ulli Weiss, storica fotografa della compagnia. Cosa determinò la sua scelta di restare? Decisi che avrei affidato il mio cuore e la mia esperienza al lavoro di Pina Bausch quando mi ritrovai a ridere di gusto durante lo spettacolo Kontakthof (creazione del 1978), in particolare nella scena in cui le donne avanzavano con passo disarticolato come su tacchi troppo alti. Risi per il piacere quasi erotico di questa visione femminile. Del resto Pina stessa era molto sensuale, conosceva la misura della seduzione, sapeva arrivare fino ad un determinato punto della provocazione per poi tornare indietro, creando una continua rigenerazione dell’attesa del piacere. Era una donna affascinante, con mani bellissime, da innamorarsene al primo sguardo. E poi era una vera maestra nel cambiare discorso, nel frenare le inutili parole quando qualcuno voleva condurla in ambiti che non la interessavano. Pina Bausch selezionava le foto che lei scattava? Quali sceglieva? Era molto selettiva e voleva essere informata nel momento in cui le scattavo qualche foto. Io cercavo di cogliere vari momenti della compagnia, in prova e fuori scena, e a volte quando si spostavano al Lichtburg (un vecchio cinema di Wuppertal che Bausch scelse di utilizzare per le prove della compagnia dalla fine degli anni Settanta, ndr) mi nascondevo in fondo alla sala per non farmi scoprire. Era un luogo bellissimo, pieno di specchi, vecchi abiti, scarpe, persino un ippopotamo, residuo di una vecchia scenografia (presente nella coreografia Ariendel 1979, ndr). Poi stampavo tutte le foto che scattavo e le presentavo a Pina che guardava e sceglieva con grande attenzione. Quelle che non le piacevano le stracciavo lì di fronte a lei. Disse che da me voleva immagini a colori perché solo così poteva riconoscervi il mio spirito mediterraneo; io venivo dalla terra del sole, del mare, della luce, del calore, tutto questo potevo trasmetterlo alle fotografie solo attraverso i colori. Del resto, molti costumi nei suoi balletti erano coloratissimi, era giusto esaltarne la vivacità attraverso immagini a colori. Inoltre, ci teneva molto che nelle foto fossero visibili gli occhi dei ballerini. Pina Bausch era consapevole della rivoluzione artistica che stava generando con il suo Tanztheater? Era una grande, umile artista, di grandissima intelligenza. Forse non era del tutto consapevole della notorietà che cresceva e di tutto quello che stava producendo perché principalmente era una grande lavoratrice, un’impiegata del teatro, instancabile. In tutti i giorni e le sere della sua vita è stata presente in scena e fuori scena, in ogni replica, ad osservare in ultima fila con il musicista, la costumista, l’assistente, insomma con la sua famiglia creativa. Era libero di fotografare ogni momento delle prove? Quale coreografia preparavano all’epoca del suo arrivo a Wuppertal? Ci è voluto un po’ perché mi consentissero di fotografare le prove. Io attendevo sempre che mi chiedessero di avvicinarmi, non ero mai invadente. E poi volevo che sapessero che c’ero e che stavo fotografando. All’epoca provavano nel pomeriggio Nelken (debutto del 1983) e la mattina Blaubart (creazione del 1977), subito dopo la classe di danza classica a cui spesso assistevo. Lavoravano molte ore al giorno ed erano un bellissimo gruppo di circa 25 ballerini. Ho conosciuto tutti i danzatori storici della compagnia come Lutz Förster, Dominique Mercy, Airaudo, Jan Minarik… Come ricorda l’accoglienza in Italia dei lavori del Tanztheater Wuppertal a metà anni Ottanta? Fu grandiosa, gli spettatori cercavano in ogni modo di entrare a teatro per vedere la compagnia anche dall’ultima fila. Un grande ruolo nella sua introduzione ritengo l’abbia avuta la giornalista Leonetta Bentivoglio, che ha saputo  introdurre il lavoro di Pina Bausch facendolo conoscere ed apprezzare al pubblico italiano. Poi sono iniziate le sue esposizioni e mostre in Italia e nel mondo in cui ha potuto far vedere a tutti le centinaia di immagini scattate a Wuppertal e nei maggiori teatri internazionali. Iniziai nel 1995 al Teatro Argentina. Pina non intervenne nella selezione delle immagini per le mostre perché disse che il materiale era mio e potevo esporlo liberamente. Nel 1997 ebbi la possibilità di esporre ad Hong Kong, un luogo straordinario che mi è rimasto impresso nella mente e nel cuore per la sua natura a metà strada tra il caos metropolitano occidentale e la povertà di un oriente nascosto. Poi Los Angeles, Lisbona, Bologna e, recentemente, Genova (Teatro della Tosse, novembre 2015). Quali sono i ricordi di Pina Bausch a cui si sente più legato? Uno su tutti: una sera mi invitò a casa sua e cucinò per me. Fu un’esperienza quasi familiare, io e lei, gli spaghetti, il vino e la frutta. Quella sera sentii di essere a casa, nonostante quella non fosse nemmeno veramente casa mia, perché all’epoca facevo avanti e indietro da Roma. Ogni volta che tornavo in Germania ricevevo una nuova bellissima accoglienza e ogni volta vi ritrovavo la mia famiglia di Wuppertal. Il suo saluto verso di me era “bis morgen” (a domani) perché sapeva sempre mi avrebbe rivisto presto. E purtroppo non dimentico quell’ultima volta in cui mi disse “bis Spoleto” (si riferisce all’ultimo incontro con Pina Bausch nel 2009, quando era prevista, prima della sua scomparsa una rappresentazione nella città di Spoleto). Quale pezzo, oltre a Kontakthof (creazione del 1978), ha particolarmente amato tra le decine di creazioni di Bausch che ha avuto modo di vedere in scena? Molti, ma in questo momento direi Viktor (coreografia di Pina Bausch creata a Roma, in scena al Teatro Argentina nel 1986, ndr) perché credo che abbia colto pienamente l’anima e la natura di Roma, nei minimi particolari. Come si trova in quest’epoca della fotografia digitale e della condivisione di immagini sui social network? Da un certo punto di vista mi piace il mondo dei social, io stesso li utilizzo per comunicare con i danzatori che ho conosciuto negli anni e con i miei amici del Wuppertal. Mi piace pubblicare le mie foto storiche, far conoscere il lavoro di Pina e rivivere in questo modo i miei stessi ricordi di vita. Non mi preoccupa che adesso tutti si sentano un po’ fotografi perché continuo a ritenere che la differenza sia nell’essere autori, creativi. Un po’ più difficile è adeguarmi alla fotografia digitale. Le nuove macchine fotografiche sono per me piuttosto scomode, ma è positivo poter fare tanti scatti per poi scegliere le foto migliori. Quali particolari la attraggono dei corpi dei danzatori mentre fotografa? Nella mia mente suddivido il corpo dei danzatori in sezioni in modo da coglierne i particolari. Poi naturalmente inquadro anche la figura intera, ma sono i dettagli a determinare i primi scatti. Quando invece mi trovo di fronte a movimenti di gruppo, amo le cadute tenere, la dolcezza degli incontri, i progressivi contatti e avvicinamenti. Preferisco cogliere tutto questo piuttosto che i grandi voli. Di cosa si occupa in questo periodo? Attualmente sono il fotografo del collettivo nomade di performers Balletto Civile. Li ho incontrati nel 2012 al Valle Occupato durante una loro rappresentazione (Il Sacro della Primavera, coreografia di Michela Lucenti). Mi hanno colpito e mi sono proposto come fotografo ufficiale del gruppo. Mi trovo bene perché si tratta di ragazzi giovani, allegri, umani, e Michela Lucenti, direttrice artistica, è una donna molto intelligente. Quali coreografi contemporanei apprezza e quali compagnie vorrebbe fotografare? Mi piacciono le coreografie di John Neumeier e ho di recente fotografato un lavoro di Wim Vandekeybus, lo apprezzo molto. Anzi, tra non molto partirò proprio per il Belgio dove sono stato invitato a fotografare Ultima Vez. Altri progetti per il futuro? Sto scrivendo un libro, a metà strada tra un’autobiografia e un romanzo. Tra le righe ci sarà anche lei, Pina, con le sue battute, i suoi occhi, i nostri dialoghi. E poi sogno una nuova mostra a Roma, grande, ricca di immagini, aperta a tutti. Lula Abicca